La Narrative Art di Bill Beckley allo Studio Trisorio

eroica fenice / 28 gennaio 2016


«Un uomo è sempre un narratore di storie; vive circondato dalle sue storie e dalle storie altrui, tutto quello che gli capita lo vede attraverso di esse, e cerca di vivere la sua vita come se la raccontasse».
(La nausea, Jean Paul Sartre)

Nel 1974 un gruppo di artisti statunitensi, John Baldessari, David Askevold, Bill Beckley, Didier Bay, Robert Cumming, Peter Hutchinson, Roger Welch, fu chiamato ad esporre presso la John Gibson Gallery, a New York. Il titolo della mostra era Narrative Art.

Narrazione verbale e visiva. Sequenze fotografiche che si sposano con la scrittura. Percorsi separati della mente che confluiscono in una fusione di immagini e testo, secondo nessi logici estranei al senso comune, enigmatici e provocatori. È questa la Narrative Art, forma d’arte concettuale, nata in risposta al Minimalismo, in risposta alla paura che la fotografia potesse portare all’alienazione, alla sterile riproduzione meccanica della realtà.

La Narrative Art di Bill Beckley
L’eclettica produzione di Bill Beckley
, massima espressione di questa corrente innovativa, la cui arte non può essere sbrigativamente racchiusa in una sola etichetta, è in mostra allo Studio Trisorio di Napoli, con cui vanta una collaborazione trentennale, in una ricca retrospettiva intitolata Elements of Romance. Works from the Seventies

Nota suggestiva dell’inaugurazione della personale, tenutasi il 21 gennaio 2016, la presenza dell’artista, che, incuriosito e divertito, si scrutava sulle pareti della Galleria, negli sguardi e nei commenti degli attenti osservatori.

The air was cold. A casual passerby could have heard disconnected words spoken from the phonebooth: 1. Forget 2. Twilight 3. Darling. From the first syllable of each word a white vapour formed, the visual manifestation of her breath. This is not imply that connecting words could not be heard by persons whose number she dialed. A train whistled in the night. (Deirdre’s Lip, 1978).

Labbra familiari. Una cabina telefonica rossa. Il vapore di un treno. Una donna che parla al telefono. Ricordi di un passato che riaffiora alla memoria e immagini evocate da eccentriche associazioni mentali, parole scritte e fotografie che diventano coordinate inscindibili di narrazioni astratte ed ermetiche.

Sono questi i connotati della Narrative Art. Immagini fotografiche il cui significato è altrove, nella casualità che le ha generate, scritture che non potrebbero esistere senza di esse: un significato che nasce dall’incontro complesso delle due dimensioni narrative.

E così, resti di una Marble cake con glassa bianca, immortalati in un piatto il giorno del proprio compleanno, conducono la mente a Roma, ai marmi bianchi del Pantheon (Cake Story, 1973); una saponetta che scivola sul capezzolo di un seno, e poi sulla scapola di una donna, rimanda a una vasca che si trovava a Berlino, suddivisa in zone dopo la guerra, in un parallelismo sotteso tra le aree del corpo e le aree della città (Shoulder Blade, 1978). Situazioni e oggetti fotografati vengono costantemente estrapolati dal quotidiano e resi sorprendenti grazie a testi legati ad essi da ardite relazioni.

Talvolta i testi sono presi in prestito da pubblicità e quotidiani: è il caso di Mao Dead (1976), in cui il leader cinese morto viene presentato insieme alla prima pagina del New York Post e fotografie cibachrome di forte impatto visivo. Prendono dunque forma racconti che intrecciano Storia e immaginazione, esperienza e finzione.

Oltre ai suoi lavori storici, come Myself as Washington (1969), Paris Bistro (1975), Kitchen (1978) e i sopracitati, saranno in mostra, fino al 21 marzo 2016, acquerelli e studi preparatori dell’artista.

Rossella Capuano


 
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