Rebecca Horn. Lo stato dell’anima e l’eros della conchiglia

il mattino / 5 marzo 2022


Allo Studio Trisorio la mostra della grande artista tedesca tra sculture meccaniche e «Bodylandscapes» dipinti di paesaggi interiori realizzati come in una danza

Un mondo affatato in cui gli oggetti si animano, l’immobile diventa mobile, la realtà si specchia nel suo doppio immaginifico e il sogno diventa vero, verosimile e possibile.
È una mostra elegante e visionaria «Lo stato dell’anima» di Rebecca Horn che inaugura sabato 12 marzo allo Studio Trisorio (Riviera di Chiaia 215, dalle ore 11) e che raggruppa sei sculture meccaniche, di cui alcune realizzate nei mesi scorsi proprio per questa esposizione, e tre dipinti di grandi dimensioni «Bodylandscapes».
Quel che sempre colpisce nell’artista tedesca, che con Napoli ha una consuetudine pluridecennale proprio grazie al legame privilegiato con Laura e Lucia Trisorio, è la potenza di un pensiero femminile forte, compiuto, che usa simboli e riferimenti dell’universo-donna in maniera spregiudicata, personalissima e rivoluzionaria: la leggiadria delle farfalle e degli specchi, in lei diventa presa di coscienza, quasi un grido di battaglia, una rivendicazione di istanze in cui la bellezza – innegabile è il rigore estetico delle opere – serve a far incuneare in maniera più penetrante anche un sentimento di doloroso abbandono, di muta rivolta, di fierezza libera, ebbra, a volte erotica.

Un mondo onirico molto femminile: un’opera evoca la prima notte di nozze, un’altra il memento mori

Rebecca Horn è sempre capace di innescare una carica poetica pronta ad esplodere al primo sguardo, ed è forse per questo che al suo lavoro ci si avvicina estasiati ma un po’ guardinghi, disarmati.
Al centro di questa mostra napoletana c’è «La macchina nuziale prussiana», un’opera di portata museale, molto sensuale nel proporre una teoria di scarpe da sposa immacolate qui violate dalla pittura blu che due pennelli meccanici fanno colare dall’alto. Il senso del tragico che trasmette fa pensare alla rappresentazione di una prima notte di nozze. In effetti in queste sculture della Horn viene quasi sempre messo in scena un rapporto a due, che si consuma nell’accoppiamento di elementi diversi che si incontrano creando un cortocircuito energetico. Inoltre, le opere sembrano animarsi di vita propria, in una narrazione che dalla favola vira al gotico, cogliendo l’attimo esatto in cui sulla fata prende il sopravvento la strega, che è molto più seducente. È il caso dei due lavori intitolati «Art Eaters», tele “abitate” da inquietanti grilli meccanici: con le lunghe zampette inferiori macchiate di pittura lasciano tracce, orme che segnano la tela, ma allo stesso tempo come suggerisce il titolo, gli insetti metallici sembrano nutrirsi del quadro stesso, mangiatori di arte appunto. Di fianco, un ventaglio di pennelli si apre a coda di pavone per poi richiudersi verso il basso: una “vanitas” che mostrano la caducità della bellezza che passa diviene “memento mori”.
Estremamente femminili nella metafora che suggeriscono, due conchiglie mostrano la rosea erotica fenditura e ruotano incantando lo sguardo: L’una moltiplicandosi nella visione di due specchi, l’altra avvicinandosi a due cerchi d’oro in un’ascesi spirituale.
Infine, i tre grandi dipinti «Bodylandscapes» le cui dimensioni corrispondono all’estensione del corpo della stessa artista: in lei infatti la pittura è anche azione performativa, desiderio di scandagliare fisicamente lo spazio, proprio come in una danza. E i paesaggi rappresentati sono soprattutto visioni interiori, stati d’animo fluttuanti, emozioni attraversate da voli di foglie, di petali e di piume.

Alessandra Pacelli


 
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Lo stato dell'anima. Rebecca Horn alla galleria Trisorio